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Dal campo al frantoio: vantaggi e sfide del modello aziendale integrato

L’olivicoltura si conferma una delle filiere più rilevanti dell’agroalimentare campano, grazie a una superficie coltivata di 68.171 ettari e a una produzione che raggiunge 1.250.275 quintali di olive (dati Istat, 2024). Numeri che collocano la Campania al sesto posto in Italia per estensione olivetata e al quarto per quantità di olive prodotte, evidenziando un comparto con ampi margini di crescita, anche in termini di redditività.

I dati e le prospettive di sviluppo della filiera olivicola sono stati al centro dell’incontro tecnico-scientifico “Dal campo al frantoio: costi, vantaggi e criticità del modello aziendale e opportunità del Csr”, svoltosi a Napoli lo scorso 27 novembre. L’appuntamento, organizzato dall’Ordine dei Dottori agronomi e dei Dottori forestali (Odaf) della Provincia di Napoli in collaborazione con la Direzione generale per le Politiche agricole, alimentari e forestali della Regione Campania (Autorità di Gestione regionale del Csr 23-27), ha rappresentato un’importante occasione di approfondimento e confronto tra mondo della ricerca, professionisti e istituzioni.

“L’olivo è la coltura arborea più diffusa in Italia, con oltre 1,1 milioni di ettari, e lo è anche in Campania. La salvaguardia del patrimonio olivicolo è fondamentale non solo dal punto di vista economico, ma anche culturale e paesaggistico”, ha evidenziato Giuseppe Ceparano, dottore agronomo e moderatore dell’incontro.

 

I consigli degli esperti

Il modello aziendale ‘dal campo al frantoio’ rappresenta una delle strategie più efficaci per le imprese olivicole che puntano a valorizzare la propria produzione e ad accrescere la competitività sui mercati. Si tratta di un approccio integrato che consente di presidiare tutte le fasi della filiera – dalla gestione dell’oliveto alla trasformazione, fino al confezionamento e alla commercializzazione – con l’obiettivo di ottenere oli di qualità superiore, incrementare i margini economici e rafforzare l’identità produttiva dell’azienda.

Questo modello imprenditoriale consente, in sintesi, di ridurre il ricorso agli intermediari, migliorare la tracciabilità e garantire un olio che rispecchi fedelmente le scelte agronomiche e tecnologiche dell’azienda, rafforzando così la sua presenza competitiva nel settore. E’, tuttavia,  un percorso che richiede competenze professionali dedicate, una gestione accurata e investimenti adeguati.

In particolare, l’integrazione verticale permette all’impresa olivicola di gestire internamente la trasformazione in frantoio, fase strategica che determina gran parte delle caratteristiche chimiche, nutrizionali e sensoriali del prodotto finale. E’ opportuno, dunque, soffermarsi sui fattori chiave da considerare per valutare la convenienza di dotarsi di un frantoio aziendale.

Nelle slide a firma di Teresa Del Giudice e Raffaele Sacchi, docenti presso il Dipartimento di Agraria dell’Università “Federico II” di Napoli, e di Giuseppina Olivieri, dottoranda del medesimo Dipartimento, sono individuati tre elementi fondamentali per un’efficace valutazione:

– quantità di olive disponibili: comprende la produzione aziendale e gli eventuali conferimenti da terzi;

– costi totali del frantoio, che includono costi fissi (come ammortamento dell’impianto, manutenzione, assicurazione, spese burocratiche e personale dedicato; per un frantoio medio del valore di circa 80.000 €, i costi fissi annuali ammontano a 12.000 €/anno) e costi variabili (legati ai consumi di energia, acqua e filtri/consumabili, pari a 0,12-0,15 €/kg di olive lavorate);

– ricavi o risparmi generati dal frantoio, grazie al premium price ottenibile sull’olio di qualità, al risparmio rispetto alla molitura presso terzi e agli eventuali introiti da lavorazioni per conto terzi.

Accanto a questi tre elementi principali, è necessario considerare anche ulteriori fattori come l’allestimento dei locali e degli impianti tecnici, gli adeguamenti elettrici e idraulici, i permessi e le autorizzazioni, i sistemi di imbottigliamento, i software di tracciabilità e tutte le altre dotazioni indispensabili per il corretto funzionamento del frantoio.

Secondo Sacchi “il frantoio aziendale può rappresentare una strategia efficace per le aziende olivicole multifunzionali di una certa dimensione. La sua progettazione e il suo dimensionamento dovrebbero essere valutati anche in funzione di eventuali forme di cooperazione con altre aziende olivicole”.

Per Olivieri, intervenuta all’incontro in sostituzione di Del Giudice, “il settore olivicolo, pur confrontandosi con rilevanti sfide produttive e ambientali, mantiene un ruolo strategico per il territorio. Per questo necessita di una riorganizzazione complessiva della filiera e di un ripensamento innovativo del frantoio, inteso come fulcro di un nuovo business model aziendale: un vero e proprio hub territoriale, luogo di innovazione, sperimentazione di nuove forme di governance condivisa, economia circolare, cultura, coesione sociale e sviluppo delle comunità”.

Ecco alcuni dei principali fattori di rischio da considerare quando si valuta l’installazione di un frantoio aziendale:

– impegno economico elevato: per molte aziende, soprattutto medio-piccole, il rischio principale è quello di non riuscire ad ammortizzare gli investimenti se i volumi produttivi non risultano sufficienti;

– complessità gestionale: un frantoio richiede competenze tecniche specifiche, conoscenze normative, pianificazione logistica accurata e capacità di garantire continuità operativa in un periodo di lavorazione molto concentrato;

– sotto-utilizzo dell’impianto: limitarsi alla sola lavorazione delle olive aziendali comporta il rischio di avere un impianto attivo per poche settimane l’anno, riducendo la convenienza economica complessiva dell’investimento;

– mercato altamente competitivo: la produzione di olio di qualità richiede strategie di marketing avanzate per valorizzare il prodotto e raggiungere nuovi segmenti di mercato.

Amelia D’Alessio, consigliere dell’Ordine dei Dottori agronomi e dei Dottori forestali della Provincia di Napoli, ha posto l’accento sull’importanza del monitoraggio per il miglioramento continuo degli standard qualitativi nei frantoi aziendali. Secondo D’Alessio, “monitorare in modo puntuale tutti i fattori della filiera, dal campo al frantoio – dalla gestione agronomica alla raccolta, dalla trasformazione alla conservazione – significa migliorare tracciabilità e rapidità decisionale, quindi garantire un olio extra vergine di oliva di qualità superiore”.

“Negli ultimi anni – ha sottolineato D’Alessio – si stanno sviluppando analisi a minore impatto ambientale, rapide e ad alta risoluzione come la Risonanza Magnetica Nucleare (Nmr). L’Nmr permette di valutare composizione, autenticità e origine geografica tramite database di segnali metabolici, aprendo anche la possibilità futura di creare banche dati di markers territoriali. Un olio non sarebbe più solo un prodotto analiticamente conforme, ma una firma culturale del territorio: riconoscibile, tracciabile, identitario”.

 

Il sostegno della Regione Campania

Il modello “dal campo al frantoio” si configura come un’opportunità strategica per l’intero settore olivicolo, permettendo di ottenere oli di elevata qualità, valorizzare il prodotto e rafforzare la competitività delle imprese. In questo contesto, il Csr Campania 23-27 gioca un ruolo chiave, accompagnando le aziende lungo percorsi di modernizzazione, sostenibilità e rafforzamento del brand.

Nell’ambito del Csr, quello olivicolo è uno dei tre settori target del bando dell’intervento [SRG07] Cooperazione per lo sviluppo rurale, locale e smart villages – azione A) Cooperazione per i sistemi del cibo, filiere e mercati locali. Il bando mette a disposizione 30 milioni di euro per la preparazione e l’attuazione dei Progetti complessi di filiera (Pcf), strumenti integrati finalizzati a rafforzare la competitività, la sostenibilità e la capacità organizzativa dell’olivicoltura regionale. Le proposte progettuali possono essere presentate entro le ore 24.00 del 15 dicembre 2025.

“Stiamo investendo in modo deciso sull’intera filiera olivicola – ha affermato Luigi Riccio, direttore generale per le Politiche agricole, alimentari e forestali della Regione Campania – sostenendo nuovi frantoi, progetti di filiera, qualità certificata e oleoturismo. Si tratta di un impegno concreto che rafforza la competitività delle imprese e valorizza l’olio extravergine come patrimonio identitario del nostro territorio”.

Flora Della Valle, dirigente del Settore ‘Politiche per la competitività dell’agroalimentare campano, ha sottolineato che “negli ultimi anni la Regione ha avviato un percorso di modernizzazione che sta trasformando il settore oleario, rafforzandone competitività e sostenibilità”. I fondi messi a disposizione dal Psr Campania 14-22 e dal Pnrr hanno permesso di finanziare 55 frantoi oleari per un investimento complessivo di 16,1 milioni di euro. Il solo Psr ha sostenuto 29 frantoi con un contributo pubblico pari a 9,7 milioni, un risultato significativo se confrontato con i 4 frantoi finanziati nel Psr 07-13.

Della Valle ha infine sottolineato che “in Campania produciamo oli di altissima qualità, ma solo una piccola parte viene oggi commercializzata come Dop. È quindi fondamentale aumentare la produzione certificata per valorizzare il nostro patrimonio olivicolo e rafforzare la competitività della filiera”.

La Regione Campania investe anche nello sviluppo dell’oleoturismo: è stato approvato il Disciplinare attuativo della legge regionale n. 9 del 15 maggio 2024 e istituito l’Elenco regionale degli operatori oleoturistici, che conta attualmente 15 iscritti.

“L’obiettivo è valorizzare le produzioni olivicole e l’offerta turistica integrata, migliorando i servizi di accoglienza. Intendiamo promuovere l’oleoturismo come forma di turismo con un’identità specifica, sostenendo la diversificazione delle attività economiche delle aziende olivicole anche attraverso percorsi di formazione dedicati agli operatori del turismo dell’olio” ha affermato Luciano D’Aponte, dirigente dell’Uos ‘Servizi territoriali provinciali di Caserta – Promozione e valorizzazione dei prodotti agroalimentari, forestali, della pesca e acquacoltura’.

Infine, il Programma di valorizzazione agroalimentare 2026 – elaborato dalla Direzione generale per le Politiche agricole della Regione Campania in collaborazione con i consorzi di tutela dei prodotti a marchio, le organizzazioni professionali agricole e i componenti del Tavolo per l’agroalimentare – prevede la partecipazione delle aziende produttrici di olio Evo ad importanti fiere di settore, tra cui Olio Capitale, in programma a Trieste dal 13 al 15 marzo 2026.

 

Il ruolo degli agronomi

Secondo Pasquale Crispino, presidente dell’Ordine dei Dottori agronomi e dei Dottori forestali della Provincia di Napoli, “l’agronomo rappresenta una figura strategica per una gestione moderna, sostenibile e competitiva degli uliveti”. Il ruolo del professionista si estende, infatti, all’intero ciclo produttivo: dalle attività tradizionali, come la pianificazione iniziale e la gestione colturale, fino a quelle legate all’innovazione, alla certificazione e alla tracciabilità.

Crispino ha sottolineato che “con l’attuale disponibilità di fondi pubblici, come quelli previsti dal Csr Campania 23-27, questo è il momento ideale per investire, innovare e valorizzare la propria attività olivicola”. In particolare, nella partecipazione ai bandi, l’agronomo offre un supporto decisivo: cura la redazione dei piani colturali, valuta la convenienza economica degli investimenti, verifica i requisiti di ammissibilità e accompagna l’azienda lungo l’intero percorso, contribuendo concretamente alla crescita competitiva dell’impresa.

Il presidente Crispino ha ricordato che, per la filiera olivicola, è attualmente aperto il già citato bando dell’intervento [SRG07] azione A del Csr 23-27. Ha inoltre sottolineato che “altri interventi del Csr possono prevedere finanziamenti per macchinari, sistemi irrigui e soluzioni innovative, oltre che per le attività di trasformazione e commercializzazione”.

Tra gli interventi del Csr 23-27 più rilevanti per il comparto olivicolo, Crispino ha indicato:

– [SRD01] Investimenti produttivi agricoli per la competitività delle aziende agricole;

– [SRD02] Investimenti produttivi agricoli per ambiente, clima e benessere animale;

– [SRD03] Investimenti nelle aziende agricole per la diversificazione in attività non agricole;

– [SRD04] Investimenti non produttivi agricoli con finalità ambientale.

“Grazie all’intervento [SRD02] – ha spiegato il presidente Crispino – le aziende possono ottenere un sostegno finanziario per l’installazione di sistemi di irrigazione a micro-portata, a goccia o a bassa pressione, permettendo così un utilizzo più efficiente delle risorse idriche, particolarmente preziose nelle aree soggette a siccità. Il contributo è previsto anche la ristrutturazione e la modernizzazione degli impianti con l’obiettivo di migliorare la resa, la qualità delle olive e dell’olio nonché l’efficienza energetica”.

“La straordinaria biodiversità olivicola della Campania richiede una programmazione di lungo periodo. Per questo è essenziale accompagnare gli imprenditori agricoli per almeno dieci anni e valorizzare i progetti di filiera che, per la prima volta, riuniscono università, cooperative, organizzazioni di produttori, grandi frantoi e imprese commerciali in un’unica strategia condivisa” ha concluso il presidente Pasquale Crispino.

 

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Foto tratta da pixabay.com

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